Le piante erbacee perenni nel progetto contemporaneo

Si presentano in seguito alcuni progetti di rilievo, in cui si evidenzia l'utilizzo di piante erbacee perenni, indagando come esse vengono inserite ed integrate nel paesaggio circostante.

Ricollegandoci a quanto detto nell’articolo ‘Le piante erbacee perenni nella storia dei giardini’, nella storia dell'arte dei giardini, schematizzando, si rilevano concezioni differenti, una che predilige forme naturali e l'altra che assume strutture geometriche ed architettoniche, anche con riferimento alla composizione della vegetazione. Questi due approcci in un certo senso sono riscontrabili anche al giorno d’oggi.

Un progettista contemporaneo che predilige le forme naturali nella progettazione di aree verdi è Gilles Clément, uno dei più noti paesaggisti in Europa; è il teorizzatore del giardino in movimento (Clément, 2011), del giardino planetario (Clément, 2008), e del concetto di terzo paesaggio (Clément, 2005).

Alla base dell'idea del giardino in movimento c’è la strategia di creare giardini “tentando di lavorare il più possibile insieme, e il meno possibile contro, alla natura” (Clément, 2011), seguendo il movimento (la propagazione) delle piante nel terreno:

Disegnate mentalmente le isole che la natura ha già abbozzato […] semplicemente stupitevi, Le giovani piante non sono dove ve le aspettavate, ed è normale… (Clément, 2015)

Una prima sperimentazione della sua teoria si ha nel giardino in movimento del Parc André Citroën a Parigi, aperto al pubblico nel settembre del 1993. Si tratta di un parco di 13 ettari sulle rive della Senna, nei terreni che appartenevano dell'azienda automobilistica Citroën, che nel 1976 per motivi di carattere economico ed ambientale, venne dismessa e definitivamente chiusa.

Opera di Clément sono i giardini seriali, ognuno associato a un colore e a una sensazione precisa, ed il giardino in movimento (Figura 1). La peculiarità del giardino in movimento è che le isole a “fiore” non sono responsabilità della natura e del (solo) giardiniere, ma anche del pubblico, infatti i percorsi vengono definiti dalla gente che ci cammina sopra determinando così un tracciato sul quale poter camminare (Clément, 2011).

Figura 1 Gilles Clément, Parc André Citroën, Francia, 1993, Jardin en Mouvement


Clément afferma (Il giardino in movimento, 2011), che il giardino in movimento si ottiene attraverso la piantumazione di sementi a miscuglio composti da specie caratteristiche del luogo, in modo che si possano formare delle aree altamente naturalistiche, in grado di vivere di vita propria disseminandosi e “muovendosi” creando giardini variabili. Il giardiniere in questo caso è colui che si occupa di gestire e selezionare le piante da conservare e valorizzare, e di delimitare le aree già rese attraenti dalla natura, seguendo così i movimenti da essa suggeriti (Figura 2).

Infatti “è il comportamento biologico delle piante che determinerà la collocazione e la forma delle masse fiorite” (Clément, 2011).

Figura 2 Gilles Clément, Parc André Citroën, Francia, 1993, Falciatura presso Parc Andre-Citroen, sculture della masse fiorite


Nell'elaborazione del concetto di terzo paesaggio Clément inquadra il valore dei “luoghi abbandonati dall’uomo”:

Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana, subito si scopre una quantità di spazi indecisi, privi di funzione sui quali è difficile posare un nome. Quest’insieme non appartiene né a al territorio dell’ombra né a quello della luce. Si situa ai margini. Dove i boschi si sfrangiano, lungo le strade e i fiumi, nei recessi dimenticati delle coltivazioni, là dove le macchine non passano (Clément, 2005).

Clément mette in evidenza tutti quegli spazi privi di funzione antropica nei quali la natura ha preso il sopravvento, luoghi abbandonati dall’uomo ma non dalla natura “sui quali è difficile posare un nome”; luoghi dominati prevalentemente da erbacee perenni. Le piante erbacee trovano un ambiente idoneo al loro sviluppo laddove i luoghi sono abbandonati dall’uomo perché sono il primo stadio ecologico nelle successioni primarie; sono dette infatti organismi pionieri; le comunità poi evolveranno formando lo stadio finale detto Climax.

I progetti con finalità ecologiche hanno spesso parallelamente come scopo quello di avvicinare le persone alla natura. Si può citare quale esempio il Millenium Forest di Dan Pearson e Tokachi Mainichi (Figura 3).

Figura 3 Dan Pearson, Tokachi Mainichi, Millennium Forest, Giappone, Hokkaido, 2003


Si tratta di un progetto a Hokkaido, l’isola più settentrionale dell’arcipelago giapponese, con dimensioni di 240 ettari. L’isola è stata acquistata dall’imprenditore Mitsushige Hayashi, il quale ha incaricato Dan Pearson e Tokachi Mainichi di creare un luogo sostenibile che potesse durare per i prossimi mille anni.

In Giappone la popolazione vive principalmente in grandi agglomerati urbani, situazioni metropolitane, per questo il progetto ha cercato di creare un luogo dove fosse possibile ri-coinvolgere le persone in un rapporto con l'ambiente, preservandolo da ulteriore perdita di habitat naturali. Le persone si sentono invogliate a vivere questo luogo e anche a farne parte: ci sono infatti luoghi di coltivazione di proprietà dei visitatori e una parte produttiva del parco dove si trova l’orto per fornire ortaggi, frutta ed erbe ai ristoratori del sito (http://www.danpearsonstudio.com).

Figura 4 Dan Pearson, Tokachi Mainichi, Millennium Forest, Giappone, Hokkaido, 2003, Coltivazioni colonizzate dai visitatori


Il Meadow Garden è l’unico luogo in cui Pearson ha voluto inserire specie ornamentali e scenografiche, per avere spazi complementari rispetto a quelli selvatici e invogliare la popolazione a visitare il parco. Nel Meadow troviamo arbusti ornamentali e 35.000 piante erbacee perenni che contribuiscono a mantenere la biodiversità del sito.

I grandi parterre che caratterizzano questo luogo danno un effetto di naturalità nonostante le varietà ornamentali scelte ed il grande percorso in legno che le accompagna. La presenza del percorso non ostacola l’idea del luogo, perché il legno utilizzato compenetra nella vegetazione, mediante il margine irregolare dei listelli, in modo organico. Le erbacee in questo caso non perdono la loro qualità ecologica di essere organismi pionieri ma acquistano anche un valore ornamentale.

Un autore contemporaneo che ha uno stile formale è Marcus Barnett, vincitore della medaglia d’oro al Chelsea Flower Show con “The Telegraph Garden”, un giardino ispirato al movimento De Stijl nato nel 1917 in Olanda, che basa tutto sugli elementi della linea, del piano e dei colori primari attraverso rettangoli ritmici e blocchi cromatici.

Figura 5 Marcus Barnett, The Telegraph Garden, Inghilterra, Chelsea Flower Show, 2015


Il The Telegraph garden (Figura 5), è caratterizzato dall’utilizzo di forme geometriche, per lo più rettangoli, all'interno delle quali le piante erbacee sono utilizzate definendo settori monospecifici, per dare delle “pennellate” di colore uniforme. I colori scelti sono colori primari vivaci ispirati ai quadri di Piet Mondrian, come il giallo, il rosso, il blu e il bianco, il quale lega gli altri colori e va a uniformare la composizione.

Si vanno così a formare dei “blocchi colorati” di diverse altezze, intermezzati da elementi verticali, quali gli alberi, e dall’utilizzo di composizioni topiarie rettangolari.

Figura 6 Marcus Barnett, The Telegraph Garden, Inghilterra, Chelsea Flower Show, 2015


I giardini formali, creati utilizzando le erbacee perenni, sono luoghi in cui le strutture geometriche dominano. Nonostante la regolarità delle forme e l’austerità del progetto esso non risulterà mai immobile perché le erbacee sono in continuo movimento; infatti proprio per la loro leggerezza si agitano al minimo soffio di vento, si illuminano con la luce, e in inverno quelle che non scompaiono regalano atmosfere magiche.

Nel giardino formale viene definito un progetto preliminare dove ogni essenza è posizionata in un determinato spazio geometrico, affiancato a elementi topiari (Figura 6).

L’accostamento di elementi scultorei ad arte topiaria con le forme morbide delle erbacee perenni è caratteristico del giardino formale. Nei progetti contemporanei l’arte topiaria è spesso utilizzata a complemento delle erbacee, cercando di conferire struttura al giardino, creando cornici o facendo da "spalla" alle macchie informali delle specie erbacee, come ad esempio nel progetto di Tom Stuart Smith nel Cheshire (Figura 7). Si tratta di una casa in campagna situata in Inghilterra risalente alla prima metà dell’Ottocento.

Figura 7 Tom Stuarth Smith, Inghilterra, Cheshire


Per permettere un po’ di privacy al padrone di casa ed alla sua famiglia, Tom Stuart-Smith ha deciso di utilizzare, per la creazione del giardino, uno spazio ormai abbandonato da tempo circondato da un solido muro, nel quale in passato venivano coltivati gli ortaggi per la cucina.

Lo spazio è stato trasformato in un hortus conclusus, composto da due parti, una zona più formale (Figura 8) ed una più naturalistica (Figura 9). La prima è più vicina alla casa ed è costituita da una serie di aiuole rettangolari di Carpinus betulus potati a nuvola, sotto i quali si trova una distesa di piante erbacee; la palette dei colori adoperati è molto limitata, infatti si sono impiegati delle diverse tonalità di verde e bianco utilizzando Hosta “Devon green”, Epimedium x rubrum e Rodgersia podophylla.

Figura 8 Tom Stuarth Smith, Inghilterra, Cheshire, Aiuole di Carpinus betulus formali con erbacee perenni


“L’intenzione era quella di creare un luogo puro e onirico, che rappresenta un ideale di vita ordinato” (Sito Ufficiale di Tom Stuarth Smith).

L’altra sezione del giardino è in netto contrasto, infatti si respira un'atmosfera completamente diversa: è caratterizzata da sentieri che si snodano tra le aiuole di forma irregolare, contraddistinte da una distesa di erbacee perenni e graminacee ornamentali.

In questa area si trovano colori accesi in contrasto l’uno con l’altro; primeggiano le spighe dorate del Calamagrostis x acutiflora “Karl Foester”, il viola dell’Echinacea purpurea e il giallo della Rudbeckia maxima.

Figura 9 Tom Stuarth Smith, Inghilterra, Cheshire, zona a "prateria"


A fare da diaframma fra queste due zone così diverse provvede uno specchio d’acqua popolato da ninfee, nel quale si riflettono il cielo, le nuvole e le piante (Brambilla, 2014).

L’acqua è un elemento molto utilizzato da chi fa uso di erbacee perenni e come in questo caso crea un’atmosfera unica, fungendo da intermezzo tra le due zone.

Affiancato al bacino d’acqua si trova una rivisitazione di un parterre classico, decorato con Molinia caerulea e basse siepi di bosso che lo arricchiscono nei mesi più freddi, mentre nella bella stagione vengono sopraffatti dai ciuffi porpora della Molinia.

Un’atmosfera ancora diversa caratterizza il giardino al di fuori delle mura, da “cottage garden edoardiano”, dove non esiste confine tra paesaggio e giardino; qui troviamo erbacee perenni a fioritura estiva o autunnale come Astrantia major “Claret”, Nepeta racemosa “Walker’s Low”, Salvia nemorosa “Amethyst” e bulbose che iniziano a fiorire a fine inverno; il tutto impreziosito con siepi di bosso potate in modo formale, su un letto di ghiaia.

Le forme conferite dall'arte topiaria accentuano il formalismo del progetto, nonostante le erbacee non vengano impiegate in forme geometriche o chiuse in spazi delimitati com’è consuetudine nel giardino formale.

Nella progettazione di aree con erbacee perenni non è importante solo la scelta delle specie, ma anche le combinazioni che si vanno a creare con esse. Possono essere organizzate a settori monospecifici, in cui si valorizza l’architettura e i colori delle singole piante, o creando delle mescolanze in cui non si nota la forma e il colore della singola pianta ma si creano delle nuance come nel Lurie Garden progettato da Piet Oudolf (Figura 10).

Figura 10 Piet Oudolf, Robert Isra, Gustafson Guthrie Nichol, Lurie Garden, Chicago, 2004


Il Millennium Park a Chicago è un grande parco nato dalle ambizioni del sindaco di Chicago, Richard M. Daley, inaugurato nel corso del 2004. È considerato uno dei più grandi giardini al mondo con i suoi 24,5 ettari di superficie. Parte di esso, ubicata sopra ai parcheggi pubblici, è il Lurie Garden, un parco di 10000 mq di superficie progettato da Gustafson Guthrie Nichol, Piet Oudolf e Robert Isra (Guthrie Nichol, 2006; Oudolf e Kingsbury, 2011).

Esso è diviso in due parti da un percorso di legno che funge da “cucitura” tra passato e futuro di Chicago; è posizionato sopra un corso d’acqua poco profondo, orientato verso le mura storiche. Chicago nel passato era costituita da un paesaggio prevalentemente paludoso, ed il percorso in legno mostra la fatica della città di Chicago di riemergere dall’acqua.

Nell’ingresso a nord del parco, a protezione vi è un vero e proprio muro vivente: una siepe definita e strutturata da un armatura di metallo, la quale funge da guida per una corretta potatura. Quando la siepe non viene potata mostra ai visitatori come e quanto si può sviluppare la vegetazione e in che modo avvolge la struttura di metallo.

A destra troviamo il Dark Plate, nostalgico, misterioso e forte, va a rappresentare la storia remota del sito, infatti esso era un litorale paludoso e selvaggio. Questo luogo è caratterizzato da una luce soffusa e da una crescita sfrenata della vegetazione, composta da specie di sottobosco, paludose e da lussureggianti alberi. L’idea che si vuole esprimere attraverso la Dark Plate viene amplificata attraverso il nastro d’acqua che la accosta; questo è accompagnato dal percorso che crea delle sedute nell’acqua che permettono di dare la “schiena” alla Light Plate e di rivolgere lo guardo alla Dark Plate.

La Light Plate (Figura 11), cioè il futuro di Chicago, come dice il titolo stesso, è luminoso; si può camminare all’interno attraverso dei percorsi che mettono in primo piano le piante, ammirando i volumi e i colori accesi dati dalla vegetazione di erbacee. La vegetazione è nativa della zona e per dare ritmicità e coerenza ad essa è composta per moduli, costituiti da piante e colori che si ripetono (Oudolf, Kingsbury, 2011).

Figura 11 Piet Oudolf, Robert Isra, Gustafson Guthrie Nichol, Lurie Garden, Chicago, 2004


Le praterie che si vanno a creare in questo progetto sono ricche di piante che formano dei piccoli gruppetti di colori diversi, focalizzando l’attenzione sull’insieme e non sulla singola specie.

Le composizioni creano un grande “cuscino” di volumi e colori; i giardini realizzati da Piet Oudolf sono come dei quadri, la cui tela è il terreno e i colori sono le erbacee con i quali crea delle nuance in perfetta sintonia tra loro, affiancando piante che nel loro periodo di fioritura creano delle sfumature di colori in armonia.

All’estremità del Light Plate e del Dark Plate troviamo il Meadow cioè il prato, dove sono posizionate specie naturalistiche e native della zona, fornite in collaborazione con la compagnia “Northwind Perennial Farm”.

Le piante, essendo originarie del Nord America e alcune specifiche dell'Illinois, sono autoctone quindi vivono più a lungo, tollerano maggiormente la siccità e le malattie del luogo. Inoltre trovandoci in un contesto antropizzato come quello di Chicago, il parco funge da polmone verde contribuendo a implementare la biodiversità, offrendo un luogo sicuro per uccelli migratori, farfalle, api e insetti utili (http://www.luriegarden.org/).

La percezione che ognuno di noi ha della naturalità è molto soggettiva, risente delle abitudini di vita, della cultura, dello stato d’animo ed anche dei pregiudizi da cui ciascuno di noi è influenzato.

Ad esempio il Lurie Garden per i cittadini di Chicago è un luogo ad alto valore naturalistico, mentre a chi abita in luoghi dove l'antropizzazione è minore, potrebbe apparire un luogo assolutamente artificiale. Occorre pertanto come in tutti i progetti interpretare correttamente il contesto in cui si opera.

Si sono evidenziati approcci diversi nella progettazione con le piante erbacee perenni, sintetizzabili in due filoni principali: uno che predilige forme naturali ed organiche e l'altro che assume strutture geometriche ed architettoniche. Si distinguono sistemazioni delle erbacee a settori monospecifici, finalizzati a valorizzare architettura e colori caratteristici della specie, o viceversa sistemazioni in cui si creano delle nuance. Gli effetti che si ottengono appaiono sensibilmente diversi, e essi vengono creati attraverso lo studio e la scelta di colori, texture, portamenti e dimensioni delle specie vegetali.

Si sottolinea che non esistono fisse regole nella progettazione se non quelle dettate dalle esigenze delle specie utilizzate, per le quali è fondamentale conoscere le caratteristiche morfo-fenologiche riferite agli specifici microambienti di utilizzo. Infatti per creare habitat in equilibrio e ottenere il risultato estetico desiderato è fondamentale valutare attentamente il materiale vegetale che si intende utilizzare, studiando le caratteristiche intrinseche delle specie e delle cultivar, le loro relazioni con l’ambiente e il conseguente sviluppo nel tempo.