Le piante erbacee perenni nella storia dei giardini

Si illustra in estrema sintesi com’è cambiato nel tempo l’utilizzo delle erbacee nell'arte dei giardini - mettendo in luce come in tale arte se ne sia fatto uso fin dai tempi antichi - ed i mutamenti nella concezione di esse dal punto di vista simbolico estetico e compositivo.

Si hanno testimonianze riguardo alla cultura egiziana, fin dalla metà del II millennio a.C..

Documenti preziosi sono costituiti da dipinti sulle pareti delle tombe; questi molto spesso raffiguravano scene di orti e giardini, testimoniando così la presenza di piante erbacee a fiore, che i re defunti desideravano portarle con sé durante il viaggio nell’Aldilà. La Figura 1 rappresenta un dipinto murale risalente alla metà del XIV secolo a.C. rinvenuto nella tomba dello scriba Nebamun.

Figura 1 Dipinto murale, meta del XIV secolo a.C., Amarna, Tomba Tebetana dello scriba Nebamun


Come si può vedere, la presenza dei fiori è collegata all’acqua: troviamo infatti fiori di loto che galleggiano e si muovono accanto a pesci e anatre. Fanno da cornice al bacino piante di papiro, mentre nell’intorno è piantato un regolare filare di alberi (Panzini, 2005). La scarsità di risorse idriche e la necessità di trasformare un territorio aspro, caratterizzato da rilievi collinari e dalla macchia mediterranea, per l'agricoltura, portò ad una concezione di giardino non tanto come luogo edonistico ma come fonte di sostentamento e ricchezza, ovvero gli spazi verdi coltivati erano costituiti soprattutto da orti e frutteti, che manifestavano fecondità e ricchezza (Zoppi, 1995; Zangheri, 2003).

A tale proposito possiamo ricordare il giardino di Alcinoo, descritto nell'Odissea di Omero, in cui è menzionata, oltre al frutteto caratterizzato da peri, melograni, meli e fichi, la presenza di aiuole con erbe e fiori:

Ma del giardino in sul confin tu vedi d'ogni erba e d'ogni fior sempre vestirsi ben culte aiuole, e scaturir due fonti che non taccion giammai: l'una per tutto…(Omero, Odissea, traduzione di Ippolito Pindemonte)

Le aiuole, come descrive questo passo dell’Odissea, erano costituite da fiori e erbe coltivati in modo ordinato ed elegante.

E' possibile inoltre menzionare le rose nel giardino delle Esperidi, in cui si custodiscono pomi d’oro, ma anche roseti dai fiori profumatissimi posseduti da re Mida. E' proprio la rosa uno dei fiori più apprezzati nei giardini di quest’epoca, che secondo Erodoto nasceva spontanea nei giardini di Mida di Gordia “ognuna delle quali ha sessanta petali e un profumo superiore alle altre rose” (Zangheri, 2003).

Perfino con riferimento ai luoghi di dimora degli dei abbiamo testimonianza della presenza di piante erbacee, come in quello di Calipso, anch'esso descritto nell'Odissea di Omero, che, secondo la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, era ornato di prati di viola e di sedano in fiore:

Un bosco intorno alla grotta cresceva, lussureggiante:

ontano, pioppo e cipresso odoroso.

Qui gli uccelli dall’ampie ali facevano il nido,

una vite domestica, florida, feconda di grappoli.

Quattro pole, sgorgavano in fila, di limpida acqua.

Intorno moli di prati di viola e di sedano

erano in fiore; a venir qui anche un nume immortale

doveva incantarsi guardando, e godere nel cuore.

La natura in questo caso non appare solo come dispensatrice di frutti e fiori, ma è motivo di armonia e bellezza.

L'interesse per le piante, incluso per le specie erbacee, in questo periodo, va oltre l’estetica per assumere anche un valore scientifico. Si menzionano a tale riguardo i nove libri di Teofrasto, Ricerche sulle piante (372-287. a.C.), nei quali vengono classificate le piante in alberi, frutici, suffrutici, erbe, e ulteriormente, all´interno di questi grandi raggruppamenti, per genere e specie (Zoppi, 1995).

La cultura greca influenza significativamente quella romana, e tale influenza si riscontra anche nella concezione e costruzione dei giardini. In particolare la pittura greca e le sue scene epiche e naturalistiche trovano traduzione tridimensionale nei giardini e sistemazioni paesaggistiche della cultura romana (Grimal, 2005).

Il giardino romano trova espressione in diverse tipologie di spazio e tra questi troviamo il viridarium, caratterizzato da aiuole coperte di fiori e recinte di bosso ed edera. Nella figura 2 si riporta la rappresentazione di un viridarium dipinto, risalente al I secolo, appartenente alla Casa del bracciale d’oro a Pompei. Osserviamo la presenza di piante erbacee sotto ad oleandri e palme, tra queste possiamo riconoscere aiuole di rose, margherite, gigli, papaveri, mentre tra le colonne pendono festoni d’edera (Panzini, 2005; Zangheri, 2003).

Figura 2 Raffigurazione di oleandri e palme, dipinto murale, I secolo, Pompei, Casa del bracciale d'oro.


Gli scavi di Pompei portano alla luce un gran numero di case, che ci testimoniano come i Romani facessero un ampio uso delle piante erbacee in giardino.

Molto importanti per la creazione di paesaggi nella cultura romana erano i boschetti, che in alcuni casi erano arricchiti da violette, anemoni, garofani, digitali, gladioli, gelsomini, molte specie di giglio, iris, giacinti, margherite, viole del pensiero, narcisi e trifogli.

A seguito della caduta dell'impero romano e nel contesto della crisi economica e sociale con la quale si concluse il mondo occidentale antico, la tradizione del giardino romano non scomparve, ma si ritrova anche nei periodi successivi: nell’utilizzo dell’arte topiaria, nell’impiego del bosso nelle bordure, nelle spalliere di rose che formano palizzate e nell’utilizzo della vite (Grimal, 1974).

La cultura e l’interesse per le piante erbacee aumenta, “I fiori sono un elemento essenziale del giardino e questa forse è la novità culturale più significativa del Medioevo: il loro colore ed il loro profumo pervadono i chiostri e contribuiscono a creare l’atmosfera di quiete e raccoglimento indispensabile per la vita religiosa” (Zoppi, 1995).

Il giardino del medioevo è molto legato alla cristianità, furono infatti proprio i monasteri a tramandare antiche varietà di piante che si sarebbero altrimenti perse nel tempo, un esempio è dato dalla pianta dell’Abbazia di San Gallo in Svizzera (Figura 3) che mostra l’ideale organizzazione degli edifici e annessi spazi verdi per una comunità monastica di circa 150 membri.

Figura 3 Abbazia di San Gallo, disegno dell’anno 820 circa, Organizzazione ideale di un convento Benedettino


Altro documento di notevole interesse, con riferimento alla cultura medievale, è l’Hortulus (Liber de cultura Hortorum) di Walafrid Strabo, un poema di 444 versi che aiuta a definire una prima tipologia strutturale del giardino medievale; inoltre fornisce regole pratiche per la coltivazione in tutti i suoi aspetti, dal drenaggio all’irrigazione, dalla semina al raccolto (Cardini e Miglio, 2002; Zoppi, 1995).

Strabo, del mondo Romano, assimila non solo la cultura ma anche il senso estetico del giardino, che lo porta ad enumerare le specie sia secondo la loro funzione utilitaria ed i diversi impieghi, che secondo il loro valore ornamentale. Le piante erbacee sono un elemento fondamentale del giardino medievale; il testo di Walafrid Strabo è corredato di numerose raffigurazioni per catalogarle (Figura 4).

Figura 4 Raffigurazione dal poema Hortulus di Walafrid Strabo, Salvia officinalis L.


Continua nel tempo la ricerca verso nuove specie vegetali e un impulso verso il collezionismo, che diventa forte nel periodo rinascimentale.

Esso fu accompagnato da un interesse conoscitivo autentico che portò, a metà del ‘500, alla costruzione dei primi Orti Botanici; essi furono realizzati in ambito universitario ed inizialmente erano dedicati alla coltivazione di specie con proprietà medicinali e farmacologiche.

Nei viaggi di esplorazione il patrimonio vegetale si ampliò, arricchendosi di specie del tutto ignote. Nel corso del XVI secolo le prime piante erbacee esotiche provenienti dalle Indie Occidentali furono la patata, il mais, il pomodoro, il girasole, il fagiolo e l’ananas.

La coltivazione di fiori rari, le collezioni botaniche e le specie esotiche rare contribuirono alla formazione di giardini esuberanti e colorati; essi infatti iniziarono ad esibire una tavolozza carica di colori.

La superficie del giardino si dilata fin quasi a perdersi nella vastità del territorio, solcato da viali rettilinei che, incrociandosi tra loro, vanno a definire ampie trame geometriche che compongono boschetti e parterre: ampie aiuole a disegni geometrici, con funzione ornamentale.

L’utilizzo dei parterre si diffonde in Francia assumendo varie forme e tipologie. Il più appariscente è il parterre de broderie, o a ricamo, che si sviluppa secondo una grande varietà di motivi decorativi, quali tralci, arabeschi e linee sinuose su un fondo di ghiaie colorate. Le figure sono realizzate mediante bosso o altre specie potate ad arte topiaria.

L'utilizzo di piante erbacee da fiore per l'ornamento degli spazi interni a riquadri geometrici strutturati dall'arte topiaria, aveva caratterizzato anche il periodo rinascimentale ed il giardino francese del '500.

A titolo di esempio si fa menzione al Giardino di Villandry costruito nei primi anni del 1532 da Jean Le Breton, ministro di Re Francesco I di Francia (Figura 5).

Figura 5 Giardino del castello di Villandry, Francia, 1532


Lo scopo del giardino, e più nello specifico delle piante erbacee di cui si faceva uso, dai colori molto accesi e colorati, rimane per anni quello di stupire il visitatore e di manifestare la potenza della classe sociale dei possedenti.

Nel corso del secolo XVIII inizia a maturare un nuovo stile, il paesaggismo inglese, il quale rifiuta lo stile geometrico tipico dell'arte dei giardini del Rinascimento e del Barocco.

Il mutamento del gusto si manifesta dapprima come corrente letteraria; Anthony A. Cooper, Joseph Addison, Alexander Pope sono fra i principali divulgatori di un pensiero che contrapponeva la bellezza della natura alle rigide regole geometriche applicate ai giardini dello stile classico. In particolare Addison condanna l’artificio e definisce una costrizione e violenza ogni forma di limitazione imposta alla natura.

Inizia un periodo di grande amore per le forme naturali in cui si riscopre la bellezza della campagna inglese, con i suoi campi di grano, le praterie in fiore, e i sentieri sinuosi. Si abbandona l’idea di giardino chiuso, e si lascia spazio alla natura.

In questo periodo si ha la realizzazione di parchi a grande scala come il Parco di Stowe, opera di William Kent, in cui si ha una sequenza di scenari fra loro in successione: grotte, ruscelli, alberi secolari, cespugli, pagode, pergole, tempietti e rovine (Panzini, 1995; Zoppi, 2005).

Parallelamente allo stile inglese, che opera con operazioni a grande scala, si sviluppa una cultura dei giardini di piccole dimensioni, domestici, i cottage garden, caratterizzati da un diffuso impiego di specie erbacee.

Grazie alle opere di John Claudius Loudon e sua moglie Jane Webb Loudon la cultura del giardino viene indirizzata anche a un pubblico femminile. Sin dal XVII secolo infatti, soprattutto in Gran Bretagna, la cultura dei fiori è appannaggio delle signore dell’alta società e molte sono le opere a loro rivolte. Esse si dedicavano alla coltivazione di ortaggi e fiori, in giardini chiamati kitchen garden, luoghi prossimi dalla casa caratterizzati da schemi geometrici ripetitivi; molto spesso alle essenze commestibili si alternavano fiori con funzione ornamentale, in modo da creare spazi esteticamente piacevoli.

La conoscenza per i fiori e per i loro colori maturava. Geltrude Jekyll (1853-1932) è un'artista e progettista di giardini che raggiunse una straordinaria notorietà. Scrisse numerosi libri tra cui “Il giardino dei colori” pubblicato per la prima volta nel 1988, nel quale esponeva la sua teoria dei colori ispirandosi ai contenuti della Legge dei contrasti simultanei dei colori di Chevreul (Figura 6) e di Modern Painters di Ruskin, i quali le permisero di approfondire l’uso del colore e dei suoi effetti nell’arte dei giardini (Geltrude Jekyll, 1988).

Figura 6 Chevreul, Il cerchio dei colori


Basandosi su queste teorie la Jekyll nel suo libro presenta delle descrizioni narrative delle macchie di colori durante le varie stagioni, spiegando con nuove parole la tecnica culturale e i canoni estetici alla base delle sue piantagioni enunciando “Da molti anni sono arrivata alla conclusione che è molto meglio piantare in lunghe strisce piuttosto che a solide macchie quadrate. Non solo l’effetto è più armonioso e pittorico ma quando i fiori appassiscono e le foglie scompaiono non lasciano grandi spazi vuoti nell’aiuola. La parola pennellata descrive bene l’immagine che io ho in mente e la uso comunemente per descrivere queste piantumazioni a lunghe strisce” (Geltrude Jekyll, 1914).

Nei primi decenni del Novecento si afferma inoltre un ritorno all'arte formale nel disegno dei giardini, con il modernismo. Le forme degli spazi verdi vennero plasmate come sculture e architetture, i motivi decorativi delle arti applicate ricomparvero in forma vegetale, si applicò l’illuminazione elettrica e si sperimentarono materiali nuovi come il cemento e il vetro.

Si può citare Villa Noailles in Francia (Figura 7), un edificio a tetto piano in un sito scosceso affacciato sul mediterraneo, ed il suo giardino, ad opera di Gabriel Guevrekian, realizzato nel 1923. Esso è caratterizzato da una trama di partizioni quadrangolari, dove, come in un motivo a dama, si trovavano caselle rivestite di pasta di vetro alternate ad altre piantate con essenze fiorite colorate (Panzini, 2005, Impelluso, Pizzoni, 2009).

Figura 7 Gabriel Guevrekian, Villa Noailles, Francia, 1923


Lungo il Novecento operano diverse figure che a seconda della loro formazione e attitudine promuovono un personale modo di concepire il giardino. Si formano correnti diverse che convivono in parallelo, il giardino sperimentale e il giardino modernista.

Nel giardino sperimentale le piante erbacee fungono da elemento di ricerca e di sperimentazione, per la scoperta di nuove specie provenienti da altri paesi, per la ricerca di nuovi accostamenti cromatici, e per trovare le diverse sinergie che si possono creare tra i materiali vegetali. Il fine del giardino, secondo Sackville-West, (1892-1962), poetessa e scrittrice inglese, non è soltanto quello di stupire il visitatore ma di imparare nuove forme d’arte del giardino, accostando elementi vegetali.

Le piante erbacee vengono scelte in base alle loro caratteristiche botaniche, contrariamente a quanto avviene nel giardino modernista, nel quale le piante vengono scelte in considerazione del loro effetto materico e cromatico, come a creare dei tessuti, ricercando la bellezza nella semplicità e purezza della forma.