Paesaggio, un niente che è TUTTO

Il paesaggio è stato definito e considerato in vari modi nel corso degli ultimi anni, per comprendere appieno il suo significato è giusto fare un breve excursus storico delle diverse definizioni e concezioni che accompagnano il termine.

Volendo schematizzare, si possono individuare due accezioni che hanno caratterizzato il termine paesaggio, una ‘estetica-percettiva o soggettiva’ e l’altra ‘scientifico-oggettiva’. La concezione ‘estetica-percettiva’ in Italia ha accompagnato tutto l’inizio del XX secolo, collegandosi alla tradizione pittorica seicentesca della rappresentazione della realtà, sostenuta e consacrata in Italia dalla filosofia romantica tardo-idealista, raggiungendo un particolare sviluppo con l’Estetica di Benedetto Croce.

A Benedetto Croce si deve nel 1922 la prima legge sulla tutela del paesaggio di Tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico. Il disegno di legge mirava alla protezione delle cose di particolare interesse pubblico, in ragione della loro bellezza naturale, della loro relazione con la storia, la letteratura e l’ambiente tradizionale dei luoghi oltre alle cosiddette bellezze panoramiche. Il termine paesaggio era limitato alla bellezza naturale di alcuni beni, una definizione, questa, prevalentemente estetica e settoriale, priva di interrelazioni con i fattori umani che insistono sul territorio, che veniva coincidere con le riduttive locuzioni di bellezze naturali e di quadri panoramici o naturali. In quegli anni l’inclinazione romantico idealista poneva l’accento sui sentimenti e sulle suggestioni che l’arte sapeva dare. Nei salotti culturali dell’epoca la scienza non era ben accolta perché priva di pathos; lo scienziato era, un individuo polveroso, ispido, quasi asociale, chiuso nelle sue incomunicabili e noiose elucubrazioni (Romani, 2008). Persino nella prima edizione del ‘900 dell’Enciclopedia Treccani, il Parpagliolo definisce il paesaggio come un insieme pittoresco ed estetico a causa della disposizione delle linee, delle forme, dei colori.

Anche dopo l’avvento della guerra non sarà facile superare le radicate convinzioni sul Paesaggio-immagine, anche perché il sentimento estetico, è la prima, la più immediata sensazione che nasce nell’uomo alla vista del Paesaggio.A partire dagli anni ’60 inizia una lenta ma sostanziale mutazione, grazie a nuovi interessi scientifici. Prendono piede nuove discipline: l’antropologia, la semiologia, storia naturale, storia dei consumi, psicologia ambientale, sociologia etc. che permettono lo sviluppo della concezione del paesaggio da estetica a antropologica. Eugenio Turri, autore di numerosi libri e saggi sul paesaggio, definisce inizialmente il paesaggio come ‘il riassunto di tutte le nostre esperienze sensibilii', ecco aprirsi una nuova visione del paesaggio, incentrata sull’uomo che vive esperienze nel proprio mondo. La ricerca di fondamenti scientifici su cui basare gli studi sul paesaggio sarà da Turri in poi un motivo dominante.

Nasce un periodo di profonda confusione, in cui si intersecano definizioni variegate, ognuna legata a una particolare scienza o ‘filosofia’, un incoerente panorama da cui pochissime conclusioni certe, e quindi operativamente utili, possono essere trattate. Persino dopo la Legge Galasso del 1985 ognuno trae l’accezione che più gli conviene; così Blanc-Pamard e Raison (1980) hanno ragione nel dire che ‘...da qualche anno il paesaggio somiglia a quelle locande dove si trova ciò che uno vi porta’.

Nonostante questo la concezione scientifica del paesaggio inizia a prendere piede, ed è solo con Giacomini nel 1967 che essa trova una definizione che unisce tutte le discipline in una sintesi esplicitamente sistemica: “Il paesaggio è un ecosistema, o meglio una costellazione di ecosistemi. L’armonia estetica che può distinguerlo è sovente il riflesso di un’armonia molto più sostanziale di fenomeni che solo un’attenta e sottile indagine può valutare in termini quantitativi.”

Ma nel 1972 Bonelli riprende il concetto di paesaggio estetico, in occasione del Piano paesaggistico della Costiera Amalfitana (mai terminato), parla di “paesaggio come oggetto estetico puro” e quindi di “… incomunicabilità concettuale fra la visione estetico-filosofica ed i principi fondamentali delle altre discipline”. Definendo il paesaggio stesso come “…una configurazione naturale indefinita e indeterminata, sino a quando la scienza umana non la trasforma, trasferendola in immagine”.

Giacomini, che lavorava nello stesso piano risponde e afferma: “Il paesaggio è il processo evolutivo della biosfera, i cui significati intimi appartengono alle leggi naturali che governano il divenire vitale”. Egli va dunque oltre lo stesso concetto di ecosistema e inserisce una dimensione temporale: il paesaggio è un processo di mutazioni, e nella sua affermazione c’è il germe della nuova disciplina: l’ecologia del paesaggio (Romani, 2008).

La vera svolta nel panorama culturale e legislativo europeo avviene nel 2000 grazie alla Convenzione Europea del Paesaggio, per la prima volta i Paesi della comunità si sono confrontati sui temi fondamentali per un corretto sviluppo del territorio, quelli della protezione, della gestione e della pianificazione del paesaggio.

Nell’art. 1 viene definito il termine Paesaggio come

“… una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.

Il termine paesaggio è un bene primario della collettività, e gli viene conferita un’importanza mai prima attribuitagli. Il paesaggio non è più solo legato a concetti estetici ma gli si attribuisce un valore espressivo dell’identità di un gruppo sociale, riflette l’identità sociale, ed è il risultato dell’azione degli eventi naturali e delle attività condotte dall’uomo. Altra importante sostanziale innovazione apportata dalla Convenzione è quella di identificare il paesaggio con l’intero territorio, tutto il territorio è paesaggio, in altre parole, l’intero territorio ha e deve avere una rilevanza paesaggistica.

A seguito della sottoscrizione della Convenzione Europea del Paesaggio è bene citare un altro strumento legislativo, il Codice dei beni culturali e del Paesaggio del 22 gennaio 2004. L’art. 131 da una definizione univoca del concetto di Paesaggio:

… una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni…”

In questa definizione manca completamente la componente “soggettiva” del paesaggio, sulla quale invece la Convenzione poneva l’accento stabilendo chiaramente che: “Il paesaggio designa una determinata parte di territorio così come percepita dalle popolazioni”, questa definizione appare quindi incompleta rispetto a quella dalla Convenzione. Nonostante questo, il codice ha rappresentato un’ulteriore svolta per la legislazione italiana rafforzando le politiche paesaggistiche e conferendo alla pianificazione paesaggistica, attraverso i piani paesaggistici, un’importanza a livello nazionale.

Nonostante dibattiti, incongruenze e dubbi interpretativi, in Europa, il concetto di ‘paesaggio’, da ambiguo a molteplice, è approdato a una formulazione più realistica e unitaria, accettando un’accezione di tipo scientifico-oggettivo associata a una visione di tipo percettivo e antropogeografico, e conferendo al paesaggio stesso, un bene primario collettivo.

Non è strano che nonostante il paesaggio sia parte di noi, nonostante faccia parte della nostra quotidianità, se ci chiediamo cosa sia il paesaggio le nostre idee si rivelano incerte e titubanti? E’ quel senso di smarrimento quando dobbiamo definire l’unità del tutto.

Tra tutte le definizioni, i libri, le letture intraprese pensiamo che niente possa descrivere il paesaggio meglio dell’immagine di casa nostra. Il paesaggio è casa nostra. “Tutti noi viviamo immersi in un paesaggio. Viviamo immersi in un susseguirsi di eventi, alcuni lentissimi che sfuggono alla nostra percezione, altri così repentini da essere anch’essi difficilmente distinguibili. Viviamo racchiusi in una smisurata biblioteca che ospita le testimonianze, i segni, le tracce del più remoto trascorrere dei millenni, del farsi delle cose e dell’avvicendarsi delle mutazioni, lungo i sentieri ramificati della Storia e che, al tempo stesso contiene le promesse e le cause e i sintomi palesi dell’assetto futuro, prossimo e remoto. Il grande libro del paesaggio, di cui noi abitiamo una singola pagina, ma del quale possiamo conoscere quelle già trascorse e intuire il concetto di quelle avvenire” (Romani, 2008). Il paesaggio è ambiente, è panorama, è estetica, è costruzione psicologica, è un insieme di segni, o semplice composizione di forme naturali e umane?

Il paesaggio è l’essenza del tutto, è un insieme straordinariamente complesso di più elementi tra loro collegati, è composto da alberi, da praterie, da colline, da montagne, da case, da rocce, da campi, da uomini e culture, da azioni, da cause ed effetti, da relazioni, da eventi e processi trasformativi. Ma allo stesso tempo, ci rendiamo conto che non può essere collegato semplicemente a un’immagine, poiché la sua vera natura è straordinariamente complessa e ricca di significato.

L’Antropocene è caratterizzato dalla velocità e dal cambiamento come elemento cardine, per cui ogni modificazione dell’ambiente viene filtrata; questa condizione fa sì che non si dia importanza al paesaggio quotidiano che muta, trascurandone sia i processi degenerativi che rigenerativi dello stesso. In questo momento storico in cui si sente molto parlare di paesaggio occorre riaffermare una nuova cultura del paesaggio. Il paesaggio è luogo di ispirazione e di arte, è un luogo che esprime il bisogno e i valori essenziali di chi in quel territorio ne è rappresentanza e testimonianza, è un luogo che ricostruisce le relazioni tradizionali esistenti tra società e territorio. Serve una maggiore consapevolezza basata su un principio di sana appartenenza e responsabilità, per uno sviluppo qualitativamente alto del tessuto urbano e per conservare e salvaguardare il nostro paesaggio.


“Dopo un po', tutto fa parte del paesaggio. C'è, esiste, nessuno si ricorda più com'era prima. Non ci vuole niente per distruggere la bellezza (...) Bisognerebbe ricordare alla gente cos'è la bellezza, aiutarla a riconoscerla e a difenderla. È importante la bellezza, da quella scende tutto il resto...”

Dal film “I cento passi” Marco Tullio Giordana - 2000